IL BENEVENTO HA RISTABILITO LA SUPREMAZIA DEI FATTI SULLE PAROLE

18.12.2019 18:17 di Gerardo De Ioanni   Vedi letture
IL BENEVENTO HA RISTABILITO LA SUPREMAZIA DEI FATTI SULLE PAROLE

L’eccezionale cammino del Benevento, primo con nove punti di vantaggio sulla seconda e ben undici sul terzo posto, oltre a essere, giustamente e legittimamente, motivo di orgoglio, gioia, felicità ed entusiasmo per tutto l’ambiente giallorosso, dovrebbe rappresentare anche un’occasione di riflessione per certa parte dell’opinione pubblica.

Il Benevento Calcio, attraverso il duro lavoro di tutti i suoi componenti, dal Presidente Oreste Vigorito all’ultimo dei magazzinieri, passando per lo staff tecnico guidato da Super Pippo Inzaghi, ai calciatori tutti, senza dimenticare il direttore sportivo Pasquale Foggia, sta ponendo un argine importante, e si spera risolutivo, alla straripante ondata di qualunquismo, leggende metropolitane (o per meglio dire urbane nel caso di specie), dicerie, malelingue e populismo che spesso già in passato avevano caratterizzato alcuni momenti del vivere quotidiano giallorosso e che, stranamente, riemerge non appena i risultati sportivi sono al di sotto delle aspettative. Detto ciò, è d’uopo fare due precisazioni onde evitare facili e spiacevoli equivoci: quanto appena denunciato e lamentato costituisce un male comune e diffuso e non è prerogativa solo di parte dell’opinione pubblica pallonara beneventana; secondo inciso: qui non discute della legittimità delle critiche, ci mancherebbe altro, soprattutto quando costruttive e fondate su argomenti validi e riscontri fattuali, ma di racconti mitologici o quasi, di populismo, di dicerie e di malelingue che, per fortuna e soprattutto bravura, la Strega ha saputo smontare pezzo dopo pezzo, una dopo l’altra, dimostrando come queste fossero destituite da ogni fondamento.

“VIGORITO NUN VOL’ IJ IN SERIE A – VIGORITO NON VUOLE ANDARE IN SERIE A”. Bisogna essere onesti e dire che questa affermazione non è originale ma è il frutto di una rivisitazione, imposta dalla storia, di quanto taluni erano soliti affermare con forza negli anni difficili della Serie C: “Vigorito non vuole andare in Serie B, ancora non lo capite?”, chissà quante volte avrete sentito frasi simili nel corso degli anni, magari dopo un play-off perso.

Ebbene, non potendo più sostenere simili teorie, dalla scorsa stagione, quella del ritorno in cadetteria dopo la Serie A, è stato un attimo il passaggio al nuovo motivetto, a mente del quale un uomo ambizioso come Oreste Vigorito non avrebbe avuto la volontà di riconquistare la massima serie: “Vigorito nun vol’ ij in serie A – Vigorito non vuole andare in Serie A”. Per corroborare una simile tesi si è pensato finanche di strumentalizzare, attraverso una interpretazione del tutto personale, il famoso progetto triennale annunciato dal massimo dirigente giallorosso all’alba della stagione post retrocessione.

Come se fosse una vergogna per una società che era al suo secondo anno di serie B, ripartire dandosi un po’ più di tempo per ritornare là dove nessuno mai aveva pensato di poter arrivare e, invece, grazie a chi “non voleva andare in serie B” ci è arrivato e sta per ritornarci (sono graditi gesti scaramantici di ogni genere), già al termine del secondo anno del progetto triennale. 

IL PROGETTO TRIENNALE. In molti, forse per certi versi anche a ragione visto qualche errore di programmazione fatto in passato, avevano storto il muso quando la società giallorossa annunciò la volontà di riprendersi la massima serie non attraverso un all-in al primo tentativo ma tramite una programmazione precisa e puntuale che aveva come obiettivo quello di riportare la squadra giallorossa nel calcio che conta nel giro di tre anni. Una simile affermazione, almeno secondo chi scrive, aveva in primis l’intenzione di non caricare di troppe ansie e aspettative la squadra all’epoca di Bucchi; poi, evidenziava che all’ordine del giorno non c’era – solo - la promozione in serie A ma la necessità di strutturarsi in modo da poter vivere la serie A, una volta raggiunta e se raggiunta, non come una meteora come fatto nella stagione dell’esordio ma vantando buone chance di consolidarsi nel massimo campionato nazionale; in ultimo, e non per importanza, mai come questa volta, cosa piuttosto rara nel calcio e non solo, il progetto triennale nascondeva al suo interno un vero e proprio progetto tecnico e non consisteva in mero esercizio linguistico.

La squadra che sta letteralmente ammazzando il campionato di serie B è per 17/26 della sua rosa (contando anche i giovani aggregati alla Prima Squadra) la stessa dell’anno scorso. Fattore, questo, non da sottovalutare e, soprattutto, non scontato visto l’atto finale dell’ultima stagione. E qui che si è avuta la prova dell’esistenza del progetto. La società, nelle persone di Vigorito e Foggia, pur contro la volontà popolare che avrebbe rivoluzionato nuovamente la rosa, hanno confermato gran parte del gruppo (il reparto arretrato, miglior difesa dei campionati professionistici italiani, è praticamente lo stesso dello scorso anno), al quale hanno aggiunto qualità ed esperienza con gli innesti dei vari Hetemaj, Schiattarella, Kragl e Sau. E, soprattutto, cosa ancora meno scontata, hanno confermato, anzi riscattato, Lorenzo Montipò, confermandogli la fiducia nel momento più buio della sua esperienza sannita, a dispetto di quello che era il sentiment della tifoseria, compreso il sottoscritto, ancora scioccata per gli errori commessi dal portiere nella semifinale col Cittadella.

Evidentemente, ha avuto ragione la società.

IL CLAN DEI NAPOLETANI – Altra leggenda narrata nel corso del passato campionato riguardava la presenza di un clan di napoletani, laddove per napoletano era inteso anche Christian Maggio, per il sol fatto di aver indossato la maglia del Napoli, prima di quella giallorossa. In pratica, secondo questi fantasiosi romanzieri, all’interno dello spogliatoio giallorosso vi era la presenza di un clan, composto da Improta, Maggio, Letizia, Nocerino, Buonaiuto, Insigne e dal direttore Pasquale Foggia che era, per farla breve, la causa di tutti i mali del Benevento, forse anche dell’addio di Lucioni.

Anche in questo caso, il castello costruito ha palesato evidenti problemi strutturali poiché non poggiato sulle solide fondamenti dei fatti ma solo sulle dicerie e sulle maldicenze, come dimostrato dal fatto che il “clan”, volendosi sforzare e credere alla sua esistenza, è ancora lì, con due pedine in meno (Nocerino e Buonaiuto) ma è ancora lì, anzi è uno dei cuori pulsanti del Benevento da record di Pippo Inzaghi.

MAGGIO. Un paragrafo a parte, anche se piccolo, lo merita Christian Maggio, il quale dopo una lunga e onoratissima carriera tra serie A, Champions League e Nazionale, senza nemmeno l’ombra di una macchia alla sua indiscussa professionalità, ha dovuto l’anno scorso sentirsi ripetutamente dire di essere venuto nel Sannio a “prendere la pensione, perché evidentemente giocatore finito”. Se era legittimo, e anche coerente con quanto – poco e male – Superbike ha fatto al suo primo anno in giallorosso, muovergli delle critiche, non lo era certamente sollevare dubbi sulla persona e sul professionista. E questo vale oggi che Maggio è, incontrovertibilmente, sempre tra i migliori in campo, valeva ieri che non riusciva a esprimersi al meglio e varrà domani, qualora malauguratamente non dovesse più rendere al massimo per motivi anagrafici. Questo perché bisogna essere capaci di scindere il calciatore dall’uomo. Sempre.

INZAGHI. L’arrivo di Super Pippo ai piedi della Dormiente, complice il notevole peso specifico del personaggio, è stato accolto con grande entusiasmo da parte della stragrande maggioranza del tifo, della stampa e degli addetti ai lavori. Tutti hanno da subito capito che la presenza di un Campione del Mondo al Benevento avrebbe potuto giovare alla squadra e, in termini di visibilità, anche alla città. I pochi, però, che hanno focalizzato la loro attenzione solo sul piano squisitamente tecnico, non hanno mancato di osservare che si trattava di una scelta quantomeno rischiosa. Osservazione legittima, sia chiaro.

 Qualcuno, però, ovviamente aveva sentito la necessità di emettere sentenze definitive, logicamente non favorevoli, ancor prima che Super Pippo smettesse l’abito elegante con il quale si è presentato al suo nuovo pubblico per vestire quelli da campo.

Qui poco interessa e nulla determina il fatto che Inzaghi stia facendo benissimo sulla panchina giallorossa. Nessuno poteva averne certezza, ce lo si poteva augurare ma, evidentemente, il calcio non è una scienza esatta e, soprattutto, non eravamo di fronte, non lo siamo ancora, a un allenatore con già delle promozioni in A a curriculum. Quindi le riserve erano più che legittime.

Da qui a sostenere, però, che il Benevento aveva ingaggiato un allenatore non all’altezza (apprezzate lo sforzo di utilizzare parole diverse da quelle lette in estate) e reduce da soli fallimenti nella sua breve carriera da tecnico, ce ne passa. Anche perché sarebbe bastato analizzare più nel dettaglio le esperienze di Inzaghi sulle panchine di Milan, Venezia e Bologna per rendersi conto che, in fin dei conti, non era propriamente corretto addebitare esclusivamente a lui i “fallimenti” con rossoneri e gialloblù. Nel caso dell’esperienza sulla panchina del Diavolo è sufficiente vedere quanti allenatori si sono succeduti negli ultimi anni, prima e dopo Super Pippo, per rendersi conto delle difficoltà con cui ha dovuto convivere; nel caso dell’avventura in Emilia, il tecnico piacentino avrà sicuramente commesso degli errori ma bisogna ricordare che la rinascita del Bologna sotto la guida Mihajlovic è passata, anche e soprattutto, attraverso pesanti interventi sul calciomercato di gennaio.

Sull’esperienza di Venezia c’è poco da aggiungere. A parlare è il palmares, in due stagioni: una promozione dalla C alla B, un Coppa Italia di C e una semifinale play-off per la Serie A, da neopromosso.

Ciò non toglie che la tappa sannita costituiva e costituisce un passaggio importante per la carriera di Inzaghi, chiamato a fare il definitivo salto di qualità anche nel ruolo di allenatore dopo aver conquistato il Mondo da calciatore ma, alla luce di quanto innanzi, appare quantomeno ingenerosa l’etichetta affibbiatogli al suo arrivo.

“IL BENEVENTO HA BISOGNO DI UN D.S., FOGGIA È TROPPO GIOVANE”. Mentre organizzo mentalmente il contenuto di questo paragrafo, mi accorgo che ho omesso il nome del direttore dall’elenco del “clan dei napoletani” sopramenzionato. Vado a correggere. Fatto.

Sarà che, per deformazione personale, mi viene impossibile giudicare le capacità altrui senza prima vedere questi all’opera, come spesso mi capita e non so se è una fortuna o meno, rimasi perplesso nel leggere e ascoltare così tante critiche per la nomina di Foggia a direttore sportivo. Questo perché mi chiedevo su quali basi, su quali elementi di fatto erano mosse tali critiche. Poi qualcuno mi aprì gli occhi: è troppo giovane. Ah, allora sì. Giovane e parte, se non proprio il capo, del clan dei napoletani. Ambo.

Per fortuna nel calcio c’è una regola inderogabile che è quella del campo. Nessuno può, anche se qualcuno ci prova, contraddire quanto sentenziato dal rettangolo verde.

E il campo ha parlato, chiaramente e dando valore al lavoro svolto da Pasquale Foggia. L’ex fantasista di Lazio e Cagliari, tra le altre, ha dovuto prima raccogliere i pezzi del post retrocessione e fare i conti, nel vero senso della parola, con le spese – anche folli – della Serie A e poi ricostruire praticamente da zero una rosa competitiva per la serie B. Lavoro, poi, proseguito egregiamente in questa estate e i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Portare nel Sannio, senza spendere un euro per i cartellini, giocatori del calibro di Sau, Hetemaj, Schiattarella, Kragl e Caldirola non è roba da tutti. Proprio quest’ultimo è, probabilmente, il fiore all’occhiello dell’operato di Foggia che ha avuto il merito di riconsegnare al calcio italiano uno dei difensori più forti in circolazione che solo per bravura del d.s. giallorosso e per cecità altrui (per fortuna del Benevento) gioca – momentaneamente, si spera - in serie B.

Dunque, in una società come quella in cui viviamo, caratterizzata dal populismo dilagante, dall’approssimazione dei giudizi e dalle teorie complottistiche di ogni genere, il Benevento, nel suo piccolo e per quanto di sua competenza, ha dimostrato che è possibile una visione e una conseguente narrazione alternativa a quella superficiale e qualunquista; ha, in breve, ripristinato l’ordine delle cose, ristabilendo la supremazia dei fatti sulle parole.

Tanto dovevo.

Forza Strega.