VISTO DA EST - NUMERO 45: LA MANO DE DIOS E IL PIANO D... COME DIGNITA'!!!

 di Antonio De Ianni  articolo letto 1772 volte
VISTO DA EST - NUMERO 45: LA MANO DE DIOS E  IL PIANO D... COME DIGNITA'!!!

Ma perchè questi palloni difficili continuamente indietro al portiere? Ma perchè Brignoli regala un assist così al Sassuolo? Ma perchè Costa alza il braccio in quel modo? Ma perchè Lazaar lascia saltare così Peluso?”. Nemmeno il cronista Sky si capacita davanti a un campionario di bestialità calcistiche che in serie A non si dovrebbe vedere e così la domenica della svolta, del riscatto, dell'ennesimo stucchevole inizio di un nuovo campionato, a ben tre mesi dall'avvio del 20 agosto, quello vero di inizio che ormai abbiamo quasi dimenticato, si trasforma nella domenica dei perchè. Tanti, troppi, perchè che a un certo punto risultano così ingombranti da diventare addirittura imbarazzanti se non inquietanti. Leggi le formazioni e ti chiedi perchè Letizia e non Venuti, comincia la partita e ti chiedi perchè Brignoli è costretto a rischiare ogni minuto l’osso del collo rinviando, a un soffio dal tempo limite, palloni incandescenti che gli vengono letteralmente silurati addosso, in una sorta di suicidio di massa organizzato sull'altare di una ragnatela di passeggetti che anche il Barcellona ormai ha messo in soffitta. Ti chiedi perchè Letizia si esibisce un retropassaggio per il quale alla scuola calcio ti indicherebbero subito l'uscita e perché, già ammonito e già graziato dall'arbitro, non viene mandato a farsi una sana doccia prima che sia troppo tardi. Ti chiedi perchè buttare via una partita contro un Sassuolo piccolo piccolo, che anche in superiorità numerica sarebbe ampiamente alla portata di questo derelitto Benevento, il che è tutto dire. Ti chiedi perchè la cattiveria che ha portato al gol di Armenteros dura solo 5 minuti o poco più, perchè la zavorra che questa squadra ha nella testa e nelle gambe in certi momenti la vedi chiara e limpida sul campo e quasi la potresti toccare.

Eppure questi  lancinanti interrogativi sono nulla. Nulla in confronto allo spettacolo tragicomicamente vergognoso degli ultimi 5 minuti. Sì, a quel punto i perchè non bastano davvero più, la domanda diventa improvvisamente e sinistramente un'altra: che cosa aspettiamo? Che cosa aspettiamo ad indicare al nostro centrale d'esperienza, pallavolista da strapazzo, che con quella stessa mano (altro che di Dios verrebbe da dire...) con cui sale in cielo ad inventarsi il rigorone dell'anno, può serenamente svuotare il suo armadietto e chiudere tutto in un trolley per tornarsene a passo svelto da dove è venuto? Che cosa aspettiamo davanti ad una statua di sale che, al cospetto di uno scempio simile, consumato al novantesimo della partita più importante della storia del Benevento, ha lo sguardo di ghiaccio e la strafottenza di uno che passa di lì per caso? Che cosa aspettiamo davanti alle risate ironiche venute giù nelle sale scommesse di tutta Italia dalle Alpi alla Sicilia? Che cosa aspettiamo se non la riedizione post moderna degli oramai gomiti alti del mitico Gennarino d'epoca, nell'Arechi addobbato a festa? Che cosa aspettiamo davanti all'opera completata dall'asso pescato in Premier League che si guarda il marcantonio di blu vestito che al 94esimo la butta dentro e quasi quasi gli fa pure un inchino ossequioso? Già, che cosa aspettiamo....aspettiamo che al pacco regalo confezionatoci domenica si aggiunga anche il fiocchetto messo dal solito De Zerbi da sala stampa, con il suo “Vorrei 11 Costa”  ci riporta di colpo ai fasti della dorata epopea foggiana, quella del “Guido una Ferrari” e del “Vincerò il campionato al 110%”….giusto per non farci mancare davvero niente.

Eppure un limite invalicabile ci dovrebbe essere. Una retrocessione già scritta il 19 novembre, una serie di record negativi nazionali ed europei infranti ed altri che cadranno uno dietro l'altro come le ciliege, una squadra totalmente inadeguata e perfettamente consapevole di esserlo, una società che, unica in Europa nel panorama professionistico, viaggia senza lo straccio di un direttore generale e di un direttore sportivo, dove tra il presidente e i calciatori non esiste una qualsivoglia figura dirigenziale con un po’ di carisma e di esperienza e che abbia un po' di vera serie A alle spalle, che faccia realmente da filtro, che vigili in tutti i sensi sui calciatori e sappia carpirne umori e debolezze.  Eppure le nefandezze calcistiche di questa domenica sono così chiare che una società, seppur ridotta a due occhi, che notoriamente vedono meno bene di quattro e ancor meno bene di sei, non può non vedere, non può far finta di non vedere. Benevento ha i numeri che ha, è una città di 60mila abitanti che porta diecimila persone allo stadio dopo 12 sconfitte, in una partita che non offre alcuna attrattiva per l'avversario ma solo per il sostegno alla squadra di casa. Benevento non pretendeva, non pretende acquisti roboanti, Benevento era ed è pienamente consapevole che la serie A e soprattutto una serie A arrivata così presto, è una dimensione calcistica forse anche innaturale, Benevento era ed è pronta ad un anno di sofferenze, Benevento era ed è prontissima ad affrontare senza batter ciglio una retrocessione che a questo punto rischia seriamente di diventare un lungo, interminabile calvario fino al 19 maggio prossimo.

Ma sia chiaro, c'è una cosa che Benevento non è disposta a perdere ed è la dignità, quella che al calar della sera di una domenica di fine novembre nel giro di qualche minuto è stata fatta letteralmente a brandelli: la dignità di chi si fa chilometri da ogni dove per essere presente al Vigorito, la dignità di chi per mettere insieme i soldi del biglietto per sé e per il figlio deve farsi i conti sulle dita, la dignità di chi ha sottoscritto un abbonamento a scatola chiusa facendo uno sforzo economico non da poco in una provincia in perenne sofferenza economica. Questa tifoseria di sconfitte storiche nel suo curriculum ne può vantare a iosa, è sempre ripartita, ha sempre accettato il verdetto del campo, anche se questo a volte non appariva così limpido. Ora basta. A novembre, più che teorizzare fuori tempo massimo di piani A, B o C, che magari andavano messi giù in estate, l'unico piano serio, concreto, da attuare senza se e senza ma è quello D...D come dignità. Quella va difesa con le unghie e con i denti, più della serie A stessa, impedendo a qualche pseudo campioncino di passaggio di mettersela bellamente e impunemente sotto i piedi alla faccia di tutti e magari spernacchiarci a distanza fra qualche tempo, come il passato insegna. Altrimenti il rischio è uno solo: che alla solitudine nella stanza dei bottoni a breve si aggiungerà la solitudine anche sugli spalti del nostro stadio e paradossalmente la colpa non sarà di quel pur devastante zero in classifica. Io non voglio che il nostro primo, unico, magnifico, storico anno di serie A diventi questo, spero di non essere il solo....

VISTO DA EST, in occasione del Monday Night con l’Atalanta si prenderà una pausa e tornerà mercoledì 6 dicembre, come sempre FORZA BENEVENTO, a Bergamo a testa alta!!!!