VISTO DA EST - NUMERO 44: ORA BASTA, LA BARZELLETTA D’ITALIA NON FA RIDERE PIU’ NESSUNO…

 di Antonio De Ianni  articolo letto 7066 volte
VISTO DA EST - NUMERO 44:  ORA BASTA, LA BARZELLETTA D’ITALIA NON FA  RIDERE PIU’ NESSUNO…

Complimenti ai tifosi del Benevento, all’ingresso dei loro giocatori in campo per il riscaldamento c’è stato un boato davvero incredibile, se pensiamo che è una squadra reduce da 11 sconfitte…”. Sono da poco passate le 14 della madre di tutte le domeniche e la voce del giornalista di JTv, la tv del club bianconero, è solo un antipasto del pomeriggio da brividi che sta per cominciare. Due anni fa, l’8 novembre 2015, il Benevento era in Lega Pro e piegava la Paganese con un gol di Mattera, oggi è qui, a respirare lo smog e a sorbirsi la pioggerellina di una Torino pienamente autunnale. Qui, sul prato dello stadio che porta tristemente il nome di una compagnia assicurativa, segno di un calcio genuflesso in toto al dio denaro, contro i campioni di tutto, quelli dal fatturato monstre, quelli che siedono al tavolo del gotha europeo del pallone, c’è la piccola Strega giallorossa, alfiere orgogliosa di un altro calcio, meno lustrini e riflettori, ma tanta, tantissima passione, un calcio che non si quota in borsa, ma che negli ultimi due anni ha positivamente stravolto la vita di una provincia intera e dei suoi figli sparsi ovunque.

Da una parte uno stadio bianco e nero che è un miscuglio di dialetti dell’intera penisola, accomunati da un marchio vincente che soffoca l’identità, dall’altro uno spicchio giallorosso che è un inno alla propria di identità, alla voglia di polverizzare anni di anonimato, di indifferenza, di grigiore: Benevento c’è, esiste e ha un cuore che batte a mille, che non si piega neanche davanti al colosso multimilionario, a un devastante zero in classifica o una partita già segnata, dicono quelli che ne capiscono. Non è una festa, non è il cafone di paese che si mette il vestito buono per andare a visitare la metropoli, quello stereotipo è bello che andato, è l’orgoglio di chi sa di avere una storia, una cultura, una favola giallorossa da mostrare agli altri. Che entusiasmo i tifosi del Benevento, cantano a gran voce….”, neanche è finito il primo giro di lancette che la voce del cronista Sky, sopraffatta da un “Totalmente dipendente” che scuote dalle fondamenta lo Stadium e che si sarà sentito fino alla Val di Susa, fa subito capire che i duemila lassù, in quell’angolo di paradiso, il timore reverenziale non sanno nemmeno cos’è, ma non avevo dubbi.

Il bello è che oggi, nell’arena degli invincibili, anche quelli in campo e mister De Zerbi il timore reverenziale lo hanno lasciato nello spogliatoio di Paduli. Passano i minuti e mentre penso che tanto prima o poi comincerà il bombardamento mi accorgo che stranamente oggi il pallone non scotta tra i piedi di Viola e Cataldi, che Antei e Di Chiara sono concentratissimi, che Brignoli è freddo e glaciale, che Ciciretti ha voglia di far vedere che lui in serie A ci può stare come e più di tanti palloncini gonfiati che la popolano, persino lo svedese triste Armenteros oggi è testa, gambe e gomiti nella partita, chissà forse sarà il clima stile Goteborg…poi alle 15,21 comincia l’ora più magica, assurda, incredibile, pazzesca di tutti gli 88 anni di storia del Benevento. Il sinistro di Ciciretti da due anni fa parte in pianta stabile del patrimonio Unesco di Benevento insieme alla chiesa di Santa Sofia, è un lampo che acceca gli occhi di ogni beneventano esistente sulla faccia della Terra e gonfia la rete e l’orgoglio incredulo di un popolo intero. Juventus 0 Benevento 1, come la vittoria di un mondiale, non dimenticherete mai dove eravate e con chi. Ora pensi, vabbè, questione di minuti e poi arriverà il jingle di “Scherzi a parte” a chiudere l’increscioso episodio. E invece no, passano altri minuti, eterni e soavi nello stesso tempo e quella magìa in sovraimpressione resta lì. Allegri si gira verso la sua panchina e bofonchia un chiarissimo: “Ecco, che vi avevo detto?, le facce funeree di Nedved e Agnelli sono un gaudente inno alla gioia, De Zerbi passeggia nervoso con giacca e tshirt come se fosse in villa comunale in una giornata di primavera inoltrata, mentre Valentina appoggia la testa sulla spalla di papà Oreste e accenna un sorriso, quasi a voler dire: “Papà, ma che stiamo combinando?”. Mentre quelli, i duemila, cantano, cantano, cantano….e i loro eroi vanno a prendere un tè nella pancia dello Stadium in vantaggio di un gol, roba da raccontare ai nipotini. E in quell’intervallo come fai a non pensare ai campacci dove hai seguito il Benevento, magari in compagnia di chi non c’è più, con gli occhi inevitabilmente umidi? Il timer sta per scadere, l’oretta ai confini del soprannaturale sta per finire. Alle 16,15 ci vogliono tutti e 90 i milioni di euro del cartellino di Higuain buttati sul campo per far scendere di nuovo il Sannio intero sulla terra, quel Sannio che per un’ora ha avuto alle sue spalle il fiato di tutta l’Italia non juventina. Poco dopo ci pensa l’immarcabile Cuadrado a riportare tutto faticosamente nei binari previsti. La Snai tira un sospiro di sollievo, Allegri ritrova l’aplomb, Nedved e Agnelli si rilassano perché vincere è l’unica cosa che conta, i soloni della stampa nazionale  e la vasta schiera di saccenti opinionisti a contorno possono tornare a pontificare sull’armata Brancaleone giallorossa e soprattutto archiviare frettolosamente il tutto come  un peccato di presunzione della vecchia Signora nel giorno del suo ultracentenario genetliaco, senza urtare la suscettibilità (storicamente consistente…) della vasta platea di lettori  e spettatori abbonati juventini.

Troppo facile chiuderla così cari signori, illuminati dispensatori dei segreti del calcio, Il Benevento oggi non sbraca, non crolla, non molla, rimane in partita fino all’ultimo secondo, Cataldi scaglia un dardo incandescente che per un soffio non diventa un regalo di compleanno di quelli indimenticabili (a proposito Danilo, provaci ancora, primo o poi sto maledetto pallone entrerà…). Oggi la “barzelletta d’Italia” non fa ridere nessuno, oggi la storiella del record del Manchester degli Anni Trenta con annessa risatina di contorno fatela di nascosto nelle vostre ovattate redazioni e nei vostri prestigiosi studi televisivi, oggi è più difficile riempirsi la bocca delle solite frasi fatte ripetute a gettone, “della serie A che non può permettersi squadre materasso come il Benevento, che non sono degne e non meritano la A”…ora basta, basta davvero. Ci vogliono occhi per vedere e cuore e testa per capire, per apprezzare lo spettacolo di domenica scorsa a Torino. Lo spettacolo di un pubblico che sta regalando alla serie A una ventata di vita e di entusiasmo, che fa parlare di sé non per i saluti romani ma per la gioia che trasmette. Vi dirò, dovreste ringraziarci…dovreste ringraziare il Benevento e i suoi tifosi, per avere portato una scarica di adrenalina, di sano spirito di partecipazione, di colore in un campionato grigio e amorfo come il cielo piemontese di domenica.

Un campionato mediocre che da sei anni è dominato da una sola squadra che stravincerà anche quest’anno, una squadra il cui presidente è inibito per un brutto affare di biglietti. Un campionato invaso da capitali cinesi e da società appese a prestiti accesi con misteriosi fondi di investimento, un campionato che affoga in un mare di debiti, di stranieri, di stadi allucinanti dove i tifosi vengono rinchiusi in autentiche gabbie, un campionato in cui Anna Frank ogni settimana veste una maglia diversa e dove i presidenti vanno nelle sinagoghe a fare le sceneggiate, un campionato dove comandano ultras da strapazzo, procuratori impresentabili e televisioni che fanno il bello e cattivo tempo…eppure nei dorati salotti televisivi, casualmente tutti dislocati al nord, la vergogna del calcio italiano, quella da nascondere prima possibile sotto il tappeto è….udite, udite, il Benevento. Riguardatevi la partita di domenica, sentite l’urlo costante e potente di quei tifosi, venite a vedere che calore e che tifo ci saranno fra dieci giorni col Sassuolo nello stadio della squadra più perdente d’Europa. E vi accorgerete che prima di nominare il Benevento vi conviene sciacquarvi la bocca, perché forse la barzelletta d’Italia siete proprio voi…anzi, senza forse.

Data la sosta del campionato per gli impegni delle nazionali VISTO DA EST si prende una pausa e tornerà mercoledì 22 novembre, come sempre FORZA BENEVENTO, col Sassuolo per cominciare un nuovo campionato!!!