Sampdoria, Napoli, Benevento: queste le tappe più importanti della carriera di Christian Maggio che oggi si è raccontato al sito gianlucadimarzio.com. Un Maggio che, però, da bambino avere altri piani: “Da bambino volevo fare il pompiere”.
La storia di Superbike ha inizio a Vicenza: è la stagione 2000/2001, Maggio ha 18 anni quando fa il esordio in Serie A con la maglia della formazione veneta: “Il giorno prima ero in campo con la Primavera e venni sostituito. Mi dissero che sarei andato a Milano con la prima squadra. Poche ore più tardi mi ritrovai a giocare a San Siro”. Fu una gioia momentanea, di lì a poco la storia cambia radicalmente: “Ebbi una grave pubalgia. Rimasi quasi due settimane sulla carrozzina, non riuscivo a camminare. Andai a Parma un mese in prova. Ma anche lì non erano convinti. Pensai di lasciare il calcio”.
Ad allontanare i brutti pensieri arriva la Fiorentina. Con i Viola ottiene una promozione dalla B alla A e una soffertissima salvezza, trovando spesso e volentieri spazio, prima che un brutto infortunio lo mettesse k.o. Dopo i sei mesi in prestito al Treviso, però, arriva la chiamata della Samp: “L’occasione giusta. Trovai l’ambiente perfetto. Walter Mazzarri è stato un allenatore speciale per me. In tutte le sue squadre cerca di proporre il suo calcio. Un difetto? Fuma troppo. Entrare nel suo ufficio era una vera sfida”. Tante le soddisfazioni con i doriani, dalla qualificazione in Europa League, al gol nel derby con il Genoa. Con un compagno di squadra speciale, Antonio Cassano: “Indimenticabile il gol vittoria nel derby (quell’anno saranno ben 9 i gol). Antonio è un ragazzo fantastico. E’ una persona estremamente sincera. Gli ho visto fare in allenamento cose incredibili. Bastava dargli la palla per stare al sicuro”.
Dopo due anni splendidi in Liguria, ecco l’avventura all’ombra del Vesuvio con la maglia del Napoli: “Non volevo andare via da Genova e non mi aspettavo di andare al Sud. Ero in vacanza e lessi della trattativa su un giornale. Chiamai il direttore Marotta che mi confermò tutto. Inizialmente ero titubante. Io e la mia compagna eravamo intimoriti”.
Quella città che inizialmente lo intimoriva è diventata, poi, la sua seconda casa, come conferma lo stesso Maggio: “Napoli è una città unica al mondo. Devi imparare a sentirla, conoscerla. E’ diventata la mia seconda casa. A Napoli ho lasciato il cuore”. Nei dieci anni di Napoli, tanti i compagni: “Le prime due persone fondamentali sono state Pierpaolo Marino e Paolo Cannavaro. Hamsik? Era molto simile a me. Per tanti anni abbiamo condiviso la stessa camera. E’ un amico vero. Insigne? Come un fratello minore. Ama Napoli in modo viscerale” e tante anche le soddisfazioni: “Siamo cresciuti mano nella mano. Più passava il tempo, più cambiava la nostra mentalità. Benitez è un vero manager. A me piaceva tantissimo. Crede molto nella famiglia e spesso ci lasciava giorni liberi per stare con i nostri cari. E’ lontano dall’idea di calcio che si ha in Italia. Sarri era l’opposto. Un vero maniaco del lavoro. Tutto deve avere un senso e una logica. Era complicato stragli dietro. Ha stravolto il nostro metodo di allenamento e il modo di giocare. Il ricordo più bello in maglia azzurra? La vittoria in Coppa Italia contro la Juventus. Quella sera avremmo vinto contro chiunque”.
Tante le gioie come detto ma anche qualche delusione, come lo scudetto perso nel 2018: “Per un momento ci siamo sentiti lo scudetto cucito addosso. E’ stato detto che a Firenze successe qualcosa di strano, ma non è così. Fu una giornata storta. Ne accadono tante nel calcio. Quel giorno eravamo spenti. C’era qualcosa che non andava. La squadra non riusciva a rispondere positivamente agli eventi”.
Il presente e il futuro si chiama, però, Benevento. Alla squadra giallorossa manca solo la matematica per il ritorno in A: “Siamo vicini al nostro obiettivo, ma la strada è ancora lunga. A Benevento sono rinato dopo gli ultimi difficili anni di Napoli. Il direttore mi ha fatto tornare il fuoco dentro. Il presidente mi ha permesso di tornare ad amare il calcio. L’ambizione di questa società ha fatto la differenza nella mia scelta finale. Sono arrivato a Benevento in punta di piedi. Avevo staccato la spina e riattaccarla non è stato semplice. Il primo è stato un anno molto complicato. La Serie B è un calcio totalmente diverso. Ci sono stati infortuni che hanno bloccato il mio inserimento e la perdita di mia madre che mi ha tolto serenità”. Quest’anno la musica è cambiata, sia a livello personale che a livello di squadra: “Grande merito va dato alla società. Il presidente Vigorito vede il Benevento come una sua creatura. Qui è il papà di tutti. E’ sensibile e premuroso. Fa stare bene ogni singola componente di questa società”.
Su Inzaghi: “Decisiva è stata una sua chiamata questa estate. Io riflettevo sul mio futuro, lui subito mi ha fatto sentire importante. Mi piace moltissimo. E’ estremamente pignolo ma ha una grande qualità, riesce a capire i momenti di una squadra. La nostra mentalità è figlia del suo allenatore. Noi vogliamo vincere sempre, ogni partita”.
Sul futuro: “Mi sento ancora un calciatore a tutti gli effetti. Spesso lo chiedo a mio figlio cosa vuole che io faccia da grande. C’è ancora tempo per pensarci”.
Autore: Gerardo De Ioanni / Twitter: @@GerardoDeIoanni
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